Sguardi distesi
[Finestre #7] Costretta a letto, in questo numero parlo di immobilità, della postura che trasforma la percezione, di Proust e di Frida Kahlo, e di quello che resta quando torniamo a camminare.
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Lo sguardo orizzontale
La prigionia ha una sua geografia. Quando si è costretti a letto, lo spazio esterno diventa tutto, racchiuso in una cornice che mostra la coreografia dei tetti, una gazza solitaria che presiede alle grondaie, la luce che si trasforma puntualmente alle sei. E a compensare quel che non si vede, ci sono altre finestre, i rettangoli luminosi del computer e del telefono, schermi che promettono mondi oltre le quattro mura ma che di fatto rimangono strumenti di lavoro, più che di evasione.
Ogni movimento è diventato un’impresa. Alzarsi, lavarsi: gesti che prima scorrevano invisibili ora richiedono pianificazione strategica. Il tempo si addensa come miele e le azioni quotidiane assumono un peso cerimoniale; le stampelle appoggiate al comodino come bastoni sciamanici, strumenti di un rito a cui non ho chiesto di partecipare.
Se i piedi sono fermi, l’equilibrio interiore si spezza.
Mentre guardavo il telefono, alla ricerca di qualcosa che potesse illusoriamente stabilizzarmi, il pc si è oscurato e ho visto il mio riflesso. Ero lì dentro, il volto incorniciato dal nero dello schermo, il telefono in mano al posto del volto.
(giugno 2025, autoscatto)
Non mi ero mai vista così. La posizione, il modo in cui il mio corpo occupava lo spazio: tutto sembrava estraneo e ricorsivo. Era uno sguardo che veniva da fuori, ma anche da dentro.
L’immobilità imposta in seguito a un infortunio è capace di cambiare l’ottica con cui guardi il mondo. Lo sguardo orizzontale è più di una conseguenza fisica, è un atteggiamento mentale ed emotivo. Invece di scrutare dall’alto o correre intorno, si osserva da sotto, di fianco, attraverso, rinunciando alla verticalità, all’appropriazione, alla conquista.
Ho pensato a chi vive così ogni giorno: per necessità, malattia, condizione permanente. Cosa significa guardare da questa posizione?
C’è qualcosa di etico in questo decentramento: un invito a riconoscere prospettive ‘altre’, a sospendere il privilegio dello sguardo dominante e frenetico. Ma l’immobilità forzata può diventare anche nutrimento per il talento artistico e la concentrazione meditativa.
Frida e gli autoritratti dell’immobile
Frida Kahlo passò lunghi periodi immobilizzata dopo l’incidente che le lesionò la spina dorsale, quando aveva soltanto diciotto anni. L’autobus su cui viaggiava venne investito da un tram, provocandole traumi multipli, fratture, lesioni spinali che richiesero innumerevoli interventi chirurgici.
Fu proprio in quei momenti che iniziò a dipingere in maniera regolare. Aveva uno specchio fissato sopra al letto, e lì si guardava per autoritrarsi, in un atto di controllo e resistenza.
I suoi quadri sono frontali, intensi, carichi di simboli, ma sempre radicati nella posizione da cui nascevano – quella dell’immobile.
(Frida Kahlo dipinge nel suo letto, 1936)
Nel suo caso, il dolore non era solo un soggetto, diventava un dispositivo tecnico. Il letto si fondeva alla tela su cui si producevano le immagini. Il tempo sospeso, la postura obbligata, la solitudine si trasformavano in strumenti di profondità cognitiva e artistica.
Proust e la memoria orizzontale
Anche Marcel Proust trasformò l’immobilità in creazione. Trascorse gli ultimi anni in una stanza da letto dove compose il capolavoro della letteratura francese. Afflitto da asma cronica e salute fragile, aveva scelto il letto come spazio di lavoro assoluto.
Il Museo Carnavalet di Parigi ospita oggi una ricostruzione fedele della sua stanza: il letto di ottone, la trapunta blu, l’atmosfera semibuia, le pareti rivestite di sughero per garantire isolamento acustico. Ci sono anche una spazzola, un calamaio, un bastone donato da un amico. E un cappotto di lontra che lo scrittore utilizzava contro il freddo, poiché per via dell’asma mal tollerava il riscaldamento.
(Riproduzione della stanza di Proust, Museo Carnavalet)
La Recherche è nata in questo spazio ed è un’opera costruita dalla stasi: una narrazione che avanza senza muoversi, in una vertigine temporale. La posizione sdraiata ha forse influenzato il ritmo e l’architettura del testo?
Quel che vedo è che nel romanzo non c’è tensione muscolare, semmai c’è una sospensione, c’è un viaggio attraverso i sensi che favorisce la stratificazione e la digressione.
Proust ha composto il suo universo narrativo come un giacimento da scavare, da disteso.
Corpo, postura, visione
Lo sguardo verticale è quello del camminatore, del viaggiatore, del produttore. Misura, seleziona, conquista. È lo sguardo delle checklist, dei calendari, degli obiettivi. Necessario: ci orienta, sostiene, fa avanzare.
Lo sguardo orizzontale appartiene invece all’immobile, al contemplatore, al ferito. Guarda senza cercare. Osserva il dettaglio, l’ombra, il margine, ed è altrettanto necessario: ci riporta alla profondità delle cose, ci costringe alla lentezza, ci obbliga a vedere ciò che di solito ignoriamo.
Le neuroscienze confermano che la nostra postura ha un ruolo fondamentale nell’influenzare la nostra capacità di interpretare il mondo, oltre che il nostro comportamento, le emozioni e le funzioni corporee.
La corteccia visiva, da distesi o da seduti, è più attiva nelle fasi iniziali di elaborazione rispetto a quando si sta in piedi. In pratica, il cervello dedica più risorse a ‘leggere’ ciò che vediamo appena spostiamo gli occhi. Non significa vedere meglio, ma che il modo in cui ci prepariamo a ricevere informazioni visive cambia a seconda di come ci poniamo. La postura influisce su come ci sentiamo e su come il sistema nervoso regola battito cardiaco, stato di allerta, relazioni, ma anche sulle modalità cognitive.
Da sdraiati (e da seduti) siamo più emotivi, più fragili e predisposti ad assorbire rispetto a quando ci muoviamo nel mondo.
Ricevere attraverso una finestra nera
Le stampelle accanto al comodino mi ricordano diversi momenti della mia vita in cui ogni passo è stato una negoziazione. Vorrei metterle via, come scheletri che ammuffiscono nell’armadio, ma sono ancora necessarie.
La caviglia ha ripreso la sua congiura silenziosa con la gravità. Lentamente, di nuovo, cammino. Riconquisto distanze misurandole in centimetri. Il corpo verticale ha reclamato i suoi privilegi, tra cui la magnifica illusione che chiamiamo controllo. E presto si sarà scordato tutto.
Ma tempo fa ho subito una mutazione che non mi abbandonerà, un virus nel sistema operativo della vista: l’abitudine dell’occhio che si sofferma. Vedo un’ombra distendersi su un muro come una confessione. La luce gialla che taglia una vetrina con il dolore di un bisturi. Dentro una finestra nera, osservo una me stessa diversa.
Sono mondi paralleli. C’erano già, prima che imparassi a guardarli. E ormai restano. Anche quando – ogni volta – torno a correre.
Da sdraiati, non ci si illude di poter conquistare il mondo, ma alla fine lo si riceve.




